IL BANDONEON: L'ANIMA DEL TANGO

Rouge Lovisetto · Sabato 21 marzo 2026 · 0 commenti · 65 visite
Il Bandoneon: l'anima del tango

C'è uno strumento che non suona soltanto — respira. Si apre e si chiude come un petto che trattiene il fiato, come due corpi che si avvicinano e si allontanano nella penombra di una milonga. Quel strumento è il bandoneon.

Nato nella Germania di metà Ottocento come strumento da chiesa, fu portato sulle navi degli emigranti verso il Río de la Plata. Sbarcò a Buenos Aires e a Montevideo nella seconda metà dell'Ottocento — e lì trovò la sua vera patria. Nelle conventillos popolari, dove si mescolavano immigrati di ogni provenienza, incontrò la milonga, la habanera, le cadenze africane. Da quell'incontro nacque il tango. Il suono malinconico, le dinamiche che passano dal sussurro all'urlo: il bandoneon era perfetto, e oggi senza di esso non si può parlare di tango autentico.

Suonarlo non è cosa per tutti. Ogni tasto produce una nota diversa a seconda che il mantice si apra o si chiuda — il musicista deve imparare ogni nota due volte, in direzioni opposte. Chi persevera, però, trova in quella difficoltà una ricchezza espressiva unica.

Impossibile non evocare Astor Piazzolla: prese il tango per i polsi e lo portò dove nessuno osava, inventando il Nuevo Tango. Le sue composizioni — Libertango, Adiós Nonino, Oblivion — sono oggi patrimonio dell'umanità. In ciascuna, il bandoneon non accompagna: racconta.

Il bandoneon continua a respirare. E ogni volta che si apre, porta con sé tutto il peso e la bellezza di un mondo lontano.

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